L’Ergastolo Ostativo è Costituzionale?

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso di ergastolo ostativo.

Il tema è sicuramente uno dei più “caldi” dell’attualità, giuridica e non.

In effetti, sono tantissimi i messaggi arrivati sulla pagina Instagram di @nextlawyer.it.

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Adesso facciamo un po’ di chiarezza sull’ergastolo ostativo.

Di cosa si tratta, qual è stata la sua travagliata storia e come mai se ne discute tanto negli ultimi giorni.

ERGASTOLO OSTATIVO: PREMESSA

Il nostro codice penale indica all’art. 17 c.p. le pene riferibili ai delitti. Queste sono, in ordine crescente di gravità, la multa, la reclusione e l’ergastolo.

Quando si parla di “ergastolo ostativo”, invece, si fa riferimento ad una tipologia di pena non espressamente prevista dal codice penale, ma dalla legge sull’ordinamento penitenziario (L.354/1975).

Con ergastolo ostativo si fa riferimento alla disciplina di cui all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, così come elaborata negli anni 90 in risposta alle stragi di mafia che avevano insanguinato il Paese in quegli anni.

L’obiettivo principale dello Stato, al tempo della riforma, era proprio quello di prevedere misure di forte contrasto alla criminalità organizzata.

A tal fine è stato introdotto un tipo di ergastolo ben più severo di quello originariamente previsto dal codice.

Vediamo allora in cosa consiste l’ergastolo ostativo e da cosa si differenzia rispetto all’ergastolo semplice.

COS’È L’ERGASTOLO OSTATIVO

Il nostro Ordinamento consente ai condannati all’ergastolo codicistico (detto anche “semplice”) di poter godere, in presenza di determinate condizioni, di alcuni benefici.

A titolo esemplificativo, il lavoro all’esterno, i permessi premio, le misure alternative alla detenzione e la liberazione condizionale.

Si tratta di istituti che consentono a qualsiasi ergastolano di riallacciare i rapporti con la società e quindi di sospendere il decorso della pena detentiva.

Proprio in questo trattamento premiale si scorge la distinzione tra le due tipologie di ergastolo.

La disciplina di cui all’art 4-bis impedisce, infatti, la concessione di tali benefici penitenziari.

Nei confronti di chi? Dei condannati all’ergastolo in relazione ad una serie di delitti particolarmente gravi, indicati dalla legge stessa.

I primi sono, come sempre, i gravi reati associativi a stampo mafioso, di terrorismo e narcotraffico, ma non finisce qui.

La lista dell’art. 4 bis o.p. menziona anche i reati di pedopornografica, prostituzione minorile, tratta di persone, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona a scopo di estorsione.

L’ergastolo ostativo, in particolare, inibisce l’accesso a tutti gli istituti premiali menzionati (salvo la liberazione anticipata che resta l’unica concedibile), qualora il reo decida di non dare segno del suo ravvedimento mediante azioni di collaborazione attiva con l’autorità giudiziaria (ai sensi dell’art. 58 ter o.p.).

Insomma, a meno che non decida di diventare un pentito, l’ergastolano resterà in carcere.

Per tutti i delitti indicati dalla legge, pertanto, l’eventuale condanna all’ergastolo non consente – in assenza di collaborazione – l’accesso ai benefici penitenziari.

La condanna, pertanto, diviene effettivamente perpetua.

Questo è il motivo per cui l’ergastolo ostativo viene anche conosciuto con la terminologia “fine pena mai”.

L’isolotto del fine pena mai più famoso del mondo

ERGASTOLO OSTATIVO: DUBBI DI COSTITUZIONALITÀ

Proprio per il carattere perpetuo della condanna, nel corso degli anni l’ergastolo ostativo ha dato adito a diversi dubbi di costituzionalità.

In particolare, è stato sottolineato il contrasto con il principio della funzione rieducativa della pena, di cui all’art. 27 Cost.

La pena non può limitarsi ad assolvere una funzione repressiva e punitiva, ma deve tendere alla rieducazione del condannato ed al suo reinserimento nella società.

Questa funzione sembra difettare nell’ergastolo ostativo.

Nel caso dell’ergastolo ostativo la personalità del condannato rimane “congelata” al momento del reato commesso, non potendosi evolvere durante la fase di esecuzione della pena: la mancata collaborazione esclude in automatico qualsiasi possibilità di ritorno, sia temporaneo che definitivo, nella società libera.

Inoltre, l’ergastolo ostativo è stato ritenuto da molti anche contrario al principio di uguaglianza (art 3 Cost).

Non permette, infatti, di distinguere compiutamente tra i detenuti che non collaborano con l’amministrazione della giustizia.

I motivi per prestarsi possono essere i più disparati, etici e pratici.

Pensiamo, ad esempio, alla paura di ritorsione contro i propri familiari, il ripudio di dover accusare i propri cari, l’impossibilità oggettiva di rendere dichiarazioni collaborative in quanto vittima innocente di errore giudiziario.

CORTE COSTITUZIONALE: NO RAVVEDIMENTO SENZA COLLABORAZIONE

La Corte Costituzionale, tuttavia, ha sempre costantemente rigettato le questioni in materia.

La collaborazione – ha spiegato il Giudice delle Leggi – è indice della rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata.

Questa soltanto sarà la prova del venire meno della pericolosità sociale del detenuto e dei risultati del percorso di rieducazione e recupero dello stesso (sent. n. 273/2001).

La Consulta, pertanto, ha più volte difeso in questi decenni l’ergastolo ostativo.

Ha affermato che la natura perpetua della pena non pone reali problemi in quanto non imposta automaticamente dalla legge.

Essa infatti deriva da un’autonoma scelta del condannato: quella di collaborare (o meno) con l’autorità statale.

Al reo, in sostanza, viene sempre data la possibilità di scegliere e in ciò, secondo la Consulta, deve ravvedersi la legittimità costituzionale dell’art 4-bis o.p.

LA CONDANNA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Nel dibattito in materia di ergastolo ostativo non poteva mancare la Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

La pronuncia più interessante in materia è senz’altro quella relativa al caso Viola contro Italia resa il 13 giugno 2019.

La pronuncia in questione riguarda la vicenda di Marcello Viola, cittadino italiano condannato a fine anni ’90 dalla Corte d’Assise di Palmi, per i reati di associazione mafiosa, omicidio, sequestro di persona e possesso illegale di armi.

Viola, in virtù della normativa sin qui evidenziata, si era visto respingere le istanze volte ad ottenere i benefici penitenziari perché, nonostante vi fosse prova di un suo ravvedimento e di buona condotta carceraria, egli non aveva mai accettato di collaborare con la giustizia.

Con tale pronuncia, la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia, ritenendo l’ergastolo ostativo un trattamento inumano e lesivo della dignità umana, come tale contrario all’art. 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo.

La conturbante struttura architettonica simbolo della CEDU

TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI

In particolare, la Corte europea ha censurato l’automatismo che ricollega alla non collaborazione la presunzione di pericolosità sociale. Si tratta di presunzione assoluta, che non ammette prova contraria.

La presunzione assoluta di pericolosità di chi non collabora fa sì che il detenuto rischi di non potersi mai riscattare.

Qualsiasi comportamento tenga in carcere la sua posizione rimane cristallizzata per sempre agli occhi della legge e del giudice.

È in questo automatismo che si cela il trattamento inumano e degradante riservato al detenuto.

«Considerando la collaborazione con le autorità come l’unica dimostrazione possibile della “dissociazione” del condannato e della sua correzione – afferma la Corte europea – non si tiene conto degli altri elementi che permettono di valutare i progressi compiuti dal detenuto».

In altri termini, la collaborazione deve avere solo un valore indiziario, posto che può aversi una collaborazione anche senza un reale ravvedimento del reo.

La Corte europea raccomanda quindi al legislatore italiano di attivarsi al più presto.

In che modo? Predisponendo uno strumento interno che consenta al condannato di fornire la prova della propria dissociazione, anche attraverso condotte diverse rispetto alla collaborazione con la giustizia.

I “RIPENSAMENTI” DELLA CORTE COSTITUZIONALE: LA NUOVA SENTENZA

Facendo proprie le parole della Corte europea, la Corte Costituzionale ha rivisto negli ultimi anni la precedente posizione con due pronunce molto importanti.

Con la prima, risalente all’ottobre 2019, la Consulta ha dichiarato illegittima la presunzione di pericolosità sociale del condannato fondata sul mero rifiuto di collaborazione.

Irragionevole e contraria alla funzione rieducativa e risocializzante della pena (art. 27 Cost).

Ancora più incisiva, invece, è stata la recentissima pronuncia del 15 aprile 2021, con cui la Corte Costituzionale sembra aver messo la parola “fine” alle questioni di costituzionalità dell’ergastolo ostativo.

In questa occasione ha affidato al Parlamento il compito di emanare una legge di riforma entro il maggio 2022.

In particolare, la Corte costituzionale, riunitasi in data 15 aprile 2021, ha esaminato le questioni di legittimità sollevate dalla Corte di Cassazione, dichiarando incostituzionale la vigente disciplina sull’ergastolo ostativo.

Il vulnus di costituzionalità è individuato nella preclusione assoluta, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, della possibilità di richiedere gli istituti penitenziari premiali, anche quando il ravvedimento del detenuto risulti sicuro mediante altri e diversi elementi.

La Corte ha osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

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UN EPILOGO (QUASI) DEFINITIVO

Nonostante la rilevazione dell’incostituzionalità, la Corte ha stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al Parlamento di intervenire con una riforma incisiva sulla materia.

Lo scopo del legislatore sarà quindi rivedere la disciplina dell’ergastolo ostativo, tenendo conto delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Qualora il Parlamento non dovesse intervenire entro maggio 2022, sarà lo stesso Giudice delle Leggi ad individuare la strada migliore per rendere la disciplina vigente compatibile con il dettato costituzionale.

Tuttavia, il tramonto dell’ergastolo ostativo come lo conosciamo oggi sembra ormai segnato.

L’associazione Antigone, che si occupa di tutelare i diritti dei detenuti, ha commentato: «l’incostituzionalità è accertata e non si potrà tornare indietro».

È quindi venuto il tempo di umanizzare l’ergastolo ostativo.

Per dirla con le parole di Elvio Fassone, occorre sottrarre l’ergastolano ostativo «al ruolo kafkiano di quello che attende davanti a una porta della quale nessuno ha la chiave» (tratto dal Libro «Fine Pena Ora»).

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