Covid e Sanzioni: il punto della situazione

Dal 15 marzo 2021 e fino al 6 aprile 2021 cambiano, ancora una volta, le regole anti-Covid. Con il nuovo decreto-legge si cerca di correre ai ripari per arginare la nuova ondata epidemica.

Ovviamente “nuove regole” significa anche “nuovi controlli” su strada, soprattutto per chi abita nelle aree rosse e arancioni.

Che tipo di sanzioni verranno elevate ai trasgressori? Cosa si rischia a disobbedire alle nuove regole? Che dire alla polizia in caso di controllo? Quali conseguenze ci sono se violo la quarantena?

Queste sono solo alcune delle domande pervenuteci in direct su Instagram.

Ad un anno esatto dallo scoppio della pandemia in Italia, le pronunce giudiziali che si sono succedute nei mesi possono aiutarci a capire meglio il vasto panorama legislativo della decretazione d’urgenza.

E quindi a comprendere cosa rischiamo.

Di certo, abbiamo perso un’altra occasione per abilitarci alla professione forense, ma di questo ne parleremo in separata sede.

Proviamo insieme, con questo articolo, a fornire una panoramica breve ma dettagliata sull’argomento, per non avere più dubbi a riguardo.

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COVID E SANZIONI AMMINISTRATIVE

L’art. 4 del Decreto Legge n. 19/2020 prevede che il mancato rispetto delle misure emanate per evitare la diffusione del Covid costituisca un illecito amministrativo.

Punito in che modo? Con la sanzione pecuniaria da Euro 400 a 1.000.

Si applica lo “sconto” del 30% se la multa viene pagata dal trasgressore entro 5 giorni lavorativi.

La sanzione amministrativa sarà invece raddoppiata nel caso in cui l’infrazione venga commessa con l’utilizzo di un veicolo.

Per quanto riguarda i pubblici esercizi o le attività produttive e commerciali, in caso di mancato rispetto della normativa potrà essere disposta, oltre alla predetta sanzione pecuniaria, anche la chiusura provvisoria dell’attività da 5 a 30 giorni.

Le violazioni più comuni alle quali si applicano queste sanzioni riguardano: gli spostamenti non giustificati o senza mascherina; la violazione del coprifuoco; il divieto di assembramento o il mancato rispetto del distanziamento sociale.

Viceversa, uscire senza autocertificazione non comporta il rischio della multa. Quest’ultima però verrà irrogata se non si ha una valida giustificazione per essere in giro.

In tutte queste ipotesi, le sanzioni vengono irrogate direttamente dalla polizia addetta ai controlli.

In caso di contestazione della violazione, seguirà infatti un verbale di accertamento che contiene la sanzione ed il relativo importo da versare, corredato da un bollettino per il pagamento (come avviene nel caso di una semplice multa per divieto di sosta).

Le sanzioni amministrative irrogate possono essere impugnate entro 30 giorni dalla contestazione, mediante un ricorso dinanzi al Giudice di Pace del luogo ove è avvenuta l’infrazione.

Per tutte le ipotesi accennate, invece, non trovano applicazione le sanzioni penali. Si rischia il processo penale, infatti, solamente nei casi più gravi.

Vediamo quali sono.

COVID E SANZIONI PENALI

Analizzate le forme più “blande” di violazione alle regole emergenziali, soffermiamoci ora sulle ipotesi di trasgressione più serie.

Nel contesto epidemiologico da Covid 19 si collocano due tipologie di reati.

Da un lato ci sono i reati di falso, non legati alla diffusione del virus.

Dall’altro lato, si collocano i reati di epidemia, nella forma colposa o dolosa, o i più gravi reati di lesioni e omicidio, anch’essi nelle rispettive forme dolose e colpose. Questi delitti si applicano alle condotte di chi diffonde il virus.

Le sanzioni penali non possono essere decise, né calcolate, né applicate dalle forze di polizia che controllano le strade in questi giorni.

I pubblici ufficiali, una volta accertata la commissione del reato, devono limitarsi a trasmettere il relativo verbale di accertamento alla Procura della Repubblica del luogo. Sarà quest’ultima che iscriverà un procedimento a carico del presunto responsabile.

Ad ogni modo, la sanzione penale potrà essere accertata e determinata solo da un giudice e solo all’esito di un processo penale che vi vedrà (se lo vorrete) partecipanti. Fino alla condanna definitiva, pertanto, che potrebbe arrivare anche a distanza di anni, non dovrete pagare nulla.

Vediamo quali sono le diverse ipotesi di reato, nel dettaglio.

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DICHIARARE IL FALSO NELL’AUTOCERTIFICAZIONE: QUALI RISCHI

Come noto, in zona rossa l’autocertificazione serve per uscire di casa in costanza di “comprovate esigenze”; in zona arancione per varcare le porte del Comune in cui si vive; mentre in zona gialla e zona bianca solamente per spostarsi al di fuori della propria Regione.

Il primo reato di cui parliamo riguarda proprio le attestazioni contenute nei modelli di autodichiarazione previsti dalla normativa anti Covid per giustificare tali spostamenti.

Come anticipato, non commette reato chi non fornisca nell’autocertificazione una valida giustificazione al proprio spostamento.

In questo caso, infatti, verrà applicata solamente la sanzione amministrativa che abbiamo visto prima.

Tuttavia, il discorso cambia qualora il soggetto, anziché palesare la propria “sciocchezza”, decida di mentire ai pubblici ufficiali, magari arrancando scuse palesemente false.

Esempi tipici di falsa dichiarazione sono motivi di lavoro o di necessità inesistenti, indirizzo di residenza non veritiero, nome e cognome inventati, e così via.

Dichiarare informazioni false nell’autocertificazione da consegnare a Polizia e Carabinieri, infatti, costituisce un reato punito ai sensi dell’art. 483 c.p., per come richiamato dall’art. 76 D.P.R. 445/2000.

La norma punisce con la reclusione fino a due anni chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.

L’autocertificazione, benché atto privato, se rilasciata a un pubblico ufficiale funziona come un atto pubblico.

BISOGNA ESSERE RESPONSABILI

Ecco perché, secondo la Corte di Cassazione, tale norma si applica anche alle false autocertificazioni rilasciate per giustificare gli spostamenti durante l’emergenza epidemiologica.

Del resto, quando un cittadino consegna l’autocertificazione, compilata e firmata, si assume la responsabilità civile e penale delle informazioni da lui rese alla Pubblica Amministrazione. Per questo nome, cognome, indirizzo di residenza/domicilio, motivi che giustificano lo spostamento devono essere veri.

In genere il controllo sulla veridicità delle informazioni rese non avviene al momento della consegna dell’autocertificazione, ma dopo qualche giorno o settimana.

Pertanto, chi dichiara il falso nell’autocertificazione rischia:

  • la sanzione amministrativa per violazione delle misure anti Covid (la multa da Euro 400 a 1000);
  • la denuncia per il reato di falsità ideologica commessa dal privato (ex articolo 483 c.p.), punito con la reclusione fino a 2 anni.

 

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SI MA UN GIUDICE MI HA DETTO CHE …

… si può uscire di casa nonostante il DPCM. E le eventuali dichiarazioni mendaci contenute nell’autocertificazione non costituiscono nemmeno reato.

È successo davvero ed il caso sta facendo scalpore in questi giorni.

Il Tribunale di Reggio Emilia (con sentenza n. 54/2021) ha sancito l’illegittimità dei DPCM che si sono succeduti nella c.d. “era Conte”. Di conseguenza, ha poi annullato le sanzioni penali di una coppia che aveva dichiarato il falso nell’autodichiarazione.

Stando alla pronuncia citata, le misure ristrettive della libertà personale, ai sensi dell’art. 13 della Costituzione, devono avere un duplice requisito formale: la previsione legislativa e ed il successivo provvedimento applicativo del giudice penale.

L’obbligo di permanenza a casa, imposto dalla decretazione d’urgenza, rappresenta un limite della libertà personale che può essere disposta solamente dal provvedimento di un giudice. Nemmeno una legge, da sola, potrebbe imporre le misure di contenimento: servirebbe, comunque un atto del magistrato.

I DPCM, pertanto, devono essere disapplicati dal giudice e vanno annullate le sanzioni penali elevate sulla base della violazione di quei provvedimenti.

La soluzione fornita dal giudice emiliano è semplice: non rischia alcuna condanna chi, uscendo di casa, dica una bugia alla Polizia che lo ferma per strada. Nessun cittadino può essere costretto infatti a compilare un’autocertificazione incompatibile con lo Stato di diritto del nostro Paese e, dunque, illegittima.

Ovviamente, il principio sancito dalla sentenza è da prendere con le pinze. Si tratta di una pronuncia isolata e non pronunciata dalla Corte di Cassazione. Una sentenza destinata sicuramente a sollevare molte polemiche.

Ma torniamo a noi. Analizzato il reato di falso, concentriamoci ora sui reati collegati alla potenziale diffusione del virus.

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CHI HA SINTOMI E NON SI ISOLA PUO’ ESSERE PUNITO?

Cosa succede se un soggetto presenta sintomi influenzali, febbre, tosse non si mette in quarantena, denunciando all’ASL il proprio stato di salute?

Secondo la legge, chi presenta sintomi associati al Covid-19 e non si mette in quarantena rischia l’imputazione penale per violazione dei provvedimenti dell’autorità (art. 650 c.p.).

L’art. 650 c.p., infatti, punisce chiunque non osservi un provvedimento legalmente dato dall’Autorità, per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, d’ordine pubblico o d’igiene.

La pena è quella dell’arresto fino a tre mesi oppure dell’ammenda fino a Euro 206.

Se dovessero comparire febbre, tosse o difficoltà respiratorie, oppure si sospetti di essere stato in stretto contatto con una persona affetta da malattia respiratoria Covid-19, vige infatti l’obbligo di rimanere in casa.

Alla stessa pena soggiace, quindi, non solo chi presenta sintomi di Covid-19 ma anche chi abbia avuto un contatto positivo e ciononostante non si sia messo in isolamento.

A decretare tali obblighi è stato il DPCM 17 maggio 2020 (sulla base del D.L. 16 maggio 2020, n. 33), con cui sono state definite le misure di prevenzione e contenimento per la convivenza con il coronavirus durante la ripresa delle attività produttive, commerciali e sociali.

Inoltre, stando al decreto, non bisogna nemmeno recarsi al pronto soccorso o presso gli studi medici, ma limitarsi a telefonare al medico di famiglia o alla guardia medica.

Non seguire queste prescrizioni dettate dal D.P.C.M. significa violare un provvedimento dell’Autorità amministrativa e quindi integrare il reato di cui all’art. 650 c.p.

Tuttavia, l’art. 650 c.p. non si applica se la condotta violativa del D.P.C.M integri, già di per sé, un diverso e più grave reato. Una situazione che potrebbe capitare nelle ipotesi più gravi di omicidio e lesioni che vedremo tra poco.

COSA SUCCEDE SE SONO POSITIVO E VIOLO LA QUARANTENA?

L’articolo 4 comma 6 del Decreto Legge n. 19/2020 prevede che la violazione della misura del divieto di allontanarsi dalla propria abitazione, da parte delle persone sottoposte alla quarantena perché risultate positive al virus, sia punita ai sensi dell’articolo 260 Testo Unico Leggi Sanitarie (T.U.L.S).

L’art. 260 T.U.L.S., in particolare, prevede la pena dell’arresto da 3 a 18 mesi e, congiuntamente, quella dell’ammenda da 500 a 5.000 euro.

Questa contravvenzione, quindi, punisce espressamente chi sia già risultato positivo al virus e non, come invece fa l’art. 650 c.p., chi abbia i sintomi o sia venuto in contatto stretto con un positivo ma ancora non abbia l’esito del tampone.

Anche l’art. 260 T.U.L.S., tuttavia, come l’art 650 c.p. si applica solamente se il fatto non integra un più grave reato.

Anche questa fattispecie, pertanto, deve retrocedere dinanzi a più grave ipotesi di reato. Queste sono, come accennato a inizio articolo, il reato di epidemia oppure quello di lesioni od omicidio, nelle rispettive componenti dolose o colpose.

Esaminando un virus

QUANDO SI CONFIGURA IL REATO DI EPIDEMIA?

L’emergenza epidemiologica ha portato in auge una fattispecie di reato non comune nel panorama giudiziario italiano: quella dell’epidemia, nella sua componente colposa e dolosa.

L’art. 452 c.p. punisce la condotta di chi colposamente diffonde una epidemia. La norma prevede la pena della reclusione da 1 a 5 anni.

Le sentenze della Corte di Cassazione, non certo numerose in materia, hanno affermato che la condotta di epidemia, per essere punibile, debba ingenerare il «pericolo di infettare contemporaneamente più persone, esponendo a pericolo una porzione vasta della popolazione».

Pertanto, saranno riconducibili a questo schema solo i più gravi comportamenti che, in violazione delle misure di contenimento, rappresentano un concreto rischio per la salute pubblica. Com’è il caso di chi, per un tempo prolungato, si esponga a contatto ravvicinato con più persone.

L’applicazione di questa fattispecie colposa presuppone non solo la consapevolezza in capo al soggetto di essere positivo, ma anche la mancanza di una vera e propria intenzione di contagiare gli altri individui.

Qualora, invece, il soggetto – consapevole della sua positività – accetti il rischio di contagiare terzi, o addirittura desideri contagiarle, il fatto sarebbe punito nella più grave forma dolosa, prevista dall’art. 438 c.p. Le pena, in quest’ultimo caso, sarà quella dell’ergastolo.

COSA SUCCEDE SE IL SOGGETTO CONTAGIATO SI AGGRAVA O MUORE?

Si possono ipotizzare dei casi in cui il soggetto positivo al virus violi la quarantena ma non entri in contatto con più persone (quindi non sussiste il reato di epidemia colposa o dolosa).

Se il positivo, infatti, viene in contatto con una sola persona, contagiandola, la situazione è diversa e dipenderà esclusivamente dalle complicanze del virus nella persona neo-infetta.

Se il positivo procura infatti la lesione di altre persone o, in caso di anziani o soggetti fragili, la loro morte, la legge e la giurisprudenza sono chiare.

Si applica qui lo stesso principio che guida i casi in cui un sieropositivo all’HIV, consapevole di esserlo, non avvisa il partner né adotta precauzioni per evitarne il contagio.

In particolare, il c.d. “untore” non sarà più punito a norma della contravvenzione vista sopra, ma troveranno applicazione soltanto i più gravi reati di lesioni o, in caso di morte, di omicidio.

Ovviamente, a seconda dei casi, nelle rispettive forme colpose o dolose.

Ad esempio, se un soggetto positivo si avvicina ad un altro soggetto, pur nella convinzione che quest’ultimo non si ammalerà (ad esempio perché fa affidamento sull’utilizzo della mascherina), l’eventuale diffusione della malattia a quest’ultimo potrà comportare i reati di lesioni colpose o, in caso di morte, di omicidio colposo.

La pena della reclusione, in questo caso, va da un minimo di quindici giorni (per le lesioni lievi) ad un massimo di cinque anni (in caso di omicidio colposo).

Viceversa, se l’intento iniziale del soggetto positivo era proprio quello di far ammalare o uccidere il terzo, il c.d. “untore” potrà rispondere di lesioni volontarie e, in caso di morte del neo-infetto, di omicidio preterintenzionale o persino doloso.

Le pene qui vanno da un minimo di sei mesi (per le lesioni lievi), fino all’ergastolo (per l’omicidio aggravato).

In questi casi, ovviamente, diventa problematico l’accertamento processuale del c.d. “nesso di causalità”.

Vista l’incertezza nella trasmissione del virus, che può transitare repentinamente e da contatti diversi, è infatti difficile arrivare a provare che il terzo si sia ammalato proprio a causa della condotta del soggetto trasgressore della quarantena.

Memento

CONCLUDENDO

Abbiamo analizzato insieme sino a qui tutto il “ventaglio sanzionatorio” legato all’emergenza epidemiologica. Queste sono le pene che, ad oggi, possono essere irrogate nel contesto emergenziale di riferimento.

Come visto con la recente sentenza del Tribunale di Reggio Emilia, tuttavia, nulla è da dare per scontato. Può sempre accadere che intervenga qualche isolata pronuncia a “cambiare” le carte in tavola.

Tuttavia, è bene ribadire che questa sentenza appare destinata a rimanere isolata.

In diverse occasioni, infatti, dottrina e giurisprudenza hanno ribadito la legittimità della decretazione emergenziale e la perfetta operatività dell’impianto sanzionatorio predisposto.

Si segnala, sul tema, anche una recentissima sentenza della Corte Costituzionale (sent. 12 marzo 2021, n. 37).

La Corte ha ritenuto il carattere primario e centrale della competenza statale nell’adozione delle misure restrittive legale al contesto emergenziale.

Ed ha quindi ribadito che il legislatore regionale, anche se dotato di autonomia speciale, non può invadere con una sua propria disciplina una materia avente ad oggetto la pandemia da Covid 19, diffusa a livello globale.

NOTA BENE

Questo tema, in sostanza, dev’essere totalmente affidato alla competenza legislativa esclusiva dello Stato a norma dell’art. 117 della Costituzione, a titolo di profilassi internazionale.

La Corte, nella sua pronuncia, non sembra proprio dare adito alle teorie “agguerrite” scagliatesi contro i DPCM.

Ribadisce anzi il pieno potere esclusivo dello Stato, e quindi anche della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di intervenire in tali contesti.

La questione di fondo non è di poco rilievo.

Infatti, incide sul delicato equilibrio tra esigenze di salute pubblica e diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti.

È quindi opportuno, per la salute individuale e collettiva, rimanere fedeli alle raccomandazioni governative ed evitare, quanto più possibile, le situazioni di contagio.

Con l’emergenza sanitaria non si scherza, nemmeno dal punto di vista penale!

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