L’Influencer Marketing è Legale?

L’Influencer Marketing è diventato, grazie alla prepotente esplosione dei social media, un nuovo metodo particolarmente redditizio per pubblicizzare i propri brand.

Per chi fosse a digiuno dei tecnicismi moderni, facciamo subito chiarezza.

Cosa si intende per marketing? Ci riferiamo al complesso delle tecniche intese a porre merci e servizi a disposizione del consumatore e dell’utente in un dato mercato nel tempo, luogo e modo più adatti, ai costi più bassi per il consumatore e nello stesso tempo remunerativi per l’impresa.

Chi è l’influencer? Colui in grado di influenzare scelte d’acquisto, politiche o decisionali di altre persone. Spesso il veicolo principale sono proprio i social. Più persone ti seguono online, più è facile che tu riesca a convertire i followers in denaro.

Ciò che contraddistingue questa nuova modalità di promozione è la forte connessione tra chi sponsorizza ed i “consumatori” che finiscono per essere quotidianamente partecipi delle vite del soggetto e che sentono, quindi, di potersi fidare.

Tendiamo ad affezionarci molto di più allo youtuber di turno rispetto che al cartellone o alla pubblicità in televisione, non è così? Le aziende questo lo sanno ed hanno progressivamente destinato alle icone di Internet il loro budget per il marketing.

Possiamo considerare questo nuovo sistema, probabilmente, il più potente mezzo di pubblicità in nostro possesso.

Alcuni personaggi hanno fondato vere e proprie aziende che in pochissimo tempo sono riuscite a fatturare milioni senza l’aiuto di alcuna sponsorizzazione se non quella che discende direttamente da Instagram.

Un esempio? È successo con Fenty Beauty, linea di cosmetici lanciata da Rihanna, mai pubblicizzata al di fuori di Instagram e che è riuscita a fatturare ben 70 milioni di dollari soltanto durante il primo trimestre.

Ma fino a che punto tutto ciò è lecito?

Alcuni influencer, quali Camilla Boniardi (in arte @camihawke), ad esempio, si sono esplicitamente scagliati contro dei colleghi che omettevano di segnalare le sponsorizzazioni all’interno dei contenuti.

In altre parole facevano passare la pubblicità per blandi consigli.

Un esempio? Ecco la combo più classica.

Foto di personaggio che fa colazione con tazza di caffè brandizzata in primo piano e didascalia del tipo “Buono questo caffè, aroma intenso e corposo proprio come quelli che bevo al bar. Tutto in una sola capsula”.

Il giorno dopo, anche inconsapevolmente, una percentuale dei suoi followers acquisterà quelle capsule.

 


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Prima di tutto, va anticipato che questo genere di contratto non è esplicitamente previsto dal nostro ordinamento.

L’influencer marketing è facilmente collocabile nell’ampia categoria dei “contratti atipici” ex art. 1322 C.C. (autonomia contrattuale) che non sottostanno, quindi, ad una regolamentazione specifica benché leciti.

Quello che però si può affermare con assoluta certezza è che, trattandosi di contratto avente ad oggetto la promozione di un prodotto che si rivolge ad un pubblico più o meno ampio, sono sempre applicabili tutte le norme generali a tutela dei consumatori.

Nello specifico mi riferisco a tutte le norme del Codice del Consumo e del D.Lgs. 145/2007 in tema di pubblicità occulta ed ingannevole.

È quindi sicuramente vietato pubblicizzare prodotti senza segnalare che si tratti di una pubblicità così come millantare proprietà inesistenti dello stesso prodotto.

Nello specifico, le sanzioni amministrative per chi viola questi parametri sono previsti dall’art. 8 D.Lgs. 145/2007 ed oscillano tra 2000€ e mezzo milione.

A completare il quadro è intervenuta l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) che, conformandosi alla cugina statunitense (Federal Trade Commission), ha specificato la necessità di segnalare la presenza di un’eventuale sponsorizzazione all’interno dei contenuti tramite degli hashtag mirati quali #adv #ad #sponsored o equivalenti.

Hai mai fatto caso a questi indicatori?

Di seguito un esempio recentissimo di sua maestà Chiara Ferragni, una delle prime influencer della scena internazionale.

 


 

Ad oggi facciamo riferimento anche ad un vero e proprio codice di autoregolamentazione, promosso da rappresentanti della categoria e disponibile sul sito della IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria).

Le sanzioni previste sono prevalentemente di carattere pecuniario e di sospensione della pratica.

Sarà sufficiente? La verità è che l’unico modo per raggiungere una regolamentazione più mirata e soddisfacente, rispetto alla particolarità della materia, è quello di un intervento dedicato da parte del Legislatore.

Occorre creare una normativa più specifica e omogenea.

D’altronde, tenere il passo delle nuove tecnologie non è affatto semplice: basti pensare all’iter tortuoso per arginare il fenomeno del revenge porn.

In attesa di questo auspicato intervento, rimane comunque applicabile tutta la disciplina generale sulla pubblicità.

E tu? Riesci a riconoscere i casi di pubblicità occulta sui social network?

Gli influencer che segui giocano secondo le regole oppure no?

Scrivici sui nostri canali social e partecipa alla discussione!

Alla prossima.