La Liberazione di Silvia Romano

Silvia è libera. La volontaria ventiquattrenne, rapita un anno e mezzo fa nel cuore dell’Africa, è tornata a casa il 10 maggio 2020.

Una notizia bellissima, per molto tempo quasi insperata.

Infatti, presa in ostaggio da una banda locale di Chakama (un piccolo villaggio del Kenya dove prestava attività di volontariato), è scomparsa dai radar per mesi interi. Lasciando presagire il peggio.

 

 

Laureata in Mediazione Linguistica per la Sicurezza e Difesa Sociale, nell’estate 2018 ha deciso di partire da sola per l’Africa, per la sua prima esperienza di volontariato in un orfanotrofio a Likoni.

Torna in Italia, ma l’urgenza di fare del bene è ancora troppo forte. Riparte quasi subito. Ancora in Kenya.

Il 20 novembre 2018 Silvia Romano viene rapita durante un attacco armato di un gruppo di otto persone appartenenti a una banda locale che fa irruzione nell’ufficio dell’organizzazione per cui lavora, con fucili e machete.

Feriscono alcuni suoi colleghi e la caricano in moto senza passaporto né telefono. Dopo pochi secondi la ragazza non c’è più. Sparita nel bosco limitrofo.

Durante le prime settimane filtra cauto ottimismo. Le autorità keniote fissano una consistente taglia sulla banda dei rapitori e la loro cattura sembra soltanto questione di ore. Passano sei mesi e di Silvia non c’è più alcuna traccia.

 

 

Solo successivamente veniamo a sapere che la ragazza non si trova più in Kenya, ma nella confinante Somalia, nelle mani del gruppo terroristico Al-Shabaab, jihadista sunnita di matrice islamista attivo dal 2006.

Fast forward » Torniamo al presente.

Nel bel mezzo dell’emergenza sanitaria del Coronavirus, un po’ a sorpresa, tra un dpcm e una mascherina, è arrivato un tweet inaspettato da parte del Premier.

All’esito di un’articolata negoziazione con la cellula somala di al-Qāʿida, è stato raggiunto l’accordo utile alla liberazione della giovane volontaria.

Non sono ancora state rivelate le cifre ufficiali, ma pare che l’operazione sia costata circa 4 milioni di euro.

Il web, come sempre, si divide: c’è chi sostiene che la vita non abbia prezzo e chi invece avrebbe optato per un blitz armato. Secondo quest’ultima campana, scendere a patti con i terroristi costituisce un precedente pericoloso.

Silvia atterra il giorno seguente all’aeroporto militare di Ciampino, a Roma, dove abbraccia la sua famiglia, si confronta con il Presidente del Consiglio e viene sentita dalla Procura come persona informata sui fatti.

Nelle quattro ore trascorse in compagnia dei PM, la giovane descrive i diciotto mesi di prigionia. Racconta di essere stata spostata almeno sei volte, per depistare i soccorritori e di aver imparato la lingua araba.

Riferisce poi di essere stata trattata con rispetto, di non aver subito violenze e di essersi convertita alla religione islamica.

Decisione, quest’ultima, maturata spontaneamente grazie alla scoperta del Corano, unico testo a disposizione durante i mesi di reclusione.

Proprio da qui, quando il peggio era finalmente alle spalle, nascono nuove polemiche.

Per riassumere al meglio l’intera vicenda abbiamo optato per un video. Illustriamo la cronologia del rapimento e le ragioni di coloro che sono insorti sul web.

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Piccolo spoiler.

A far discutere, più dell’abbigliamento di Silvia (scesa dall’aereo indossando l’hijab, abito tipico delle donne islamiche), del milionario riscatto e della sua inversione di rotta in termini di confessione religiosa, è stato un titolo di giornale.

Anzi, de “Il Giornale”, che le dà un brutale bentornato definendola “islamica, ingrata e felice“.

 

 

Con ciò, risulta necessario domandarsi se la pubblicazione di titoli di questo tenore sia legittima o meno.

C’è chi equipara la carta stampata ad una vera e propria arma, capace di seminare odio.

Altri invece, più garantisti, si appellano alla libertà di espressione.

Uno dei più incisivi mezzi di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) è proprio la stampa. Nel nostro paese, in risposta al regime autoritario previgente, è esclusa ogni forma di autorizzazione preventiva. Allo stesso modo è vietata ogni forma di censura successiva alla redazione dello stampato, ma anche antecedente alla sua pubblicazione (art. 21 comma secondo).

Nello specifico il diritto di cronaca costituisce una specificazione fondamentale della libertà di espressione. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha stabilito con sentenza n° 5259/1984 alcuni presupposti per il corretto esercizio dello stesso.

  1. La verità oggettiva della notizia

  2. La pertinenza dei fatti raccontati e quindi l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto

  3. La correttezza formale dell’esposizione

Nel nostro caso, è evidente, si discuterà della continenza: se i toni utilizzati siano tali da costituire buon esercizio di un proprio diritto o se invece sconfinino nella gratuita aggressione verbale passibile di essere punita penalmente.

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A presto,

GDR